Acuc Italia con Ocean for future NO PLASTIC AT SEA 2017

 

No Plastic at Sea campaign 2017 : analisi di un problema che ci riguarda tutti

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Negli  ultimi 50 anni l’utilizzo delle materie plastiche ha raggiunto livelli impensabili. Oggi giorno la produzione mondiale di plastica ha raggiunto circa 200 milioni di tonnellate/anno. L’avvento delle materie plastiche ha inciso sui comportamenti e le abitudini quotidiane dei paesi sviluppati e in via di sviluppo, e permesso lo sviluppo di importanti settori tecnologici e di servizio come i trasporti, le comunicazioni, l’elettronica e l’informatica. Si pensi alla sostituzione sempre maggiore di materiali come la carta ed i metalli nei settori dell’imballaggio e dell’edilizia.

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Lentamente stiamo affogando in un mondo di plastiche. In alcune zone del mondo l’inquinamento ha raggiunto dei livelli drammatici. Gli abitanti ci convivono e cercano di riciclare i materiali.  La situazione è preoccupante; isole di plastiche, createsi a causa delle correnti marine, si stanno allargando e disseminano sostanze tossiche nei mari di tutto il mondo. Non possiamo più aspettare che qualcuno faccia qualcosa per noi .. Dobbiamo essere noi ad agire.

Una successo di oltre 150 anni
alexander-parkesLa storia della plastica cominciò tra il 1861 e il 1862, un chimico inglese, Alexander Parkes, studiando il nitrato di cellulosa, brevettò il primo materiale plastico semi-sintetico che battezza Parkesine (più noto come Xylonite). Questa celluloide fu utilizzato per la produzione di manici e scatole, ma anche di manufatti flessibili come i polsini e i colletti delle camicie. La prima vera affermazione del nuovo materiale si ebbe nel 1870 quando i fratelli americani Hyatt brevettarono la formula della celluloide. Curiosamente il motivo fu di trovare un materiale per sostituire il costoso e raro avorio usato per le  palle da biliardo. Il successo fu travolgente, specialmente tra i dentisti quale materiale da impiegarsi per le impronte dentarie. Il problema era che la celluloide era ancora ricavata dal nitrato di cellulosa,  inadatto ad essere lavorato ad alta temperatura in quanto molto infiammabile. Il problema fu superato quando fu sviluppato l’acetato di cellulosa, ovvero la celluloide che era sufficientemente ignifuga per rinforzare e impermeabilizzare le ali e la fusoliera dei primi aeroplani o per produrre le pellicole cinematografiche. Ma fu nel secolo scorso che la  plastica si affermò sempre più prepotentemente. Nel 1907 il chimico belga Leo Baekeland ottenne la prima resina termoindurente di origine sintetica, che brevetterà nel 1910 con il nome dei Bakelite. Nel 1912 un chimico tedesco, Fritz Klatte, scoprì il processo per la produzione del polivinilcloruro (PVC) che avrà grandissimi sviluppi industriali solo molti anni dopo e, tristemente, è oggi una delle cause di emergenza ambientale più gravi. Un anno dopo, nel 1913, un  materiale flessibile, trasparente ed impermeabile trovò subito applicazione nel campo dell’imballaggio: lo Svizzero Jacques Edwin Brandenberger inventò il Cellophane, un materiale a base cellulosica che poteva essere prodotto in fogli sottilissimi e flessibili. Dagli anni ’30 e nella seconda guerra mondiale la “plastica” assunse una dimensione industriale: il petrolio divenne la “materia prima” da cui partire per la produzione industriale.

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Wallace Carothers sintetizzò nel 1935 il nylon, una materiale che si diffonderà con un’infinità di applicazioni, grazie alle sue caratteristiche applicative nell’industria tessile

Nel 1935 a Wilmington, Delaware, un chimico statunitense, Wallace Carothers sintetizzò per primo il nylon (un poliammide); Carothers, morto suicida a soli 41 anni, non si rese conto che la sua invenzione avrebbe avuto   nel futuro un’infinità di applicazioni, grazie alle sue caratteristiche funzionali particolarmente nel campo dell’industria tessile: dalle calze da donna ai primi paracadute militari. In pratica segnò il passaggio dalle fibre naturali a quelle sintetiche. Partendo dal lavoro di Carothers, Rex Whinfield e James Tennant Dickson nel 1941 brevettarono il polietilene tereftalato (PET) che ebbe grande successo nella produzione di fibre tessili artificiali attualmente ancora utilizzate. Ma il PET, nel 1973, venne impiegato anche per realizzare le bottiglie usate come contenitori per le bevande gassate, diventandone in breve uno standard. Dopo la guerra, le scoperte nate in ambito militare, furono rese disponibili  in campo civile. Si pensi alle resine melammina-formaldeide ( ricordate la “Fòrmica”), che permisero la produzione di laminati per l’arredamento e di stampare stoviglie a basso prezzo. Quegli stessi anni sono però soprattutto segnati dall’ascesa del Polietilene, che sfruttando il suo più elevato punto di fusione per permettere applicazioni sino ad allora impensabili, e dalla scoperta nel 1954 da parte di un  ingegnere chimico italiano, Giulio Natta, del Polipropilene isotattico che sarà prodotto industrialmente dal 1957 col marchio “Moplen”.

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Giulio Natta

Natta  per questa sua invenzione ricevette il premio Nobel ma soprattutto rivoluzionò  le dotazioni delle case di tutto il mondo. I decenni successivi sono quelli della grande crescita tecnologica, della progressiva affermazione per applicazioni sempre più sofisticate ed impensabili, grazie allo sviluppo dei cosiddetti “tecnopolimeri” come il polimetilpentene (o TPX) utilizzato soprattutto per la produzione di articoli per i laboratori clinici, resistente alla sterilizzazione e con una perfetta trasparenza e di  resine termoindurenti che non si alterano anche se sottoposte per periodi lunghi a temperature di 300°C. I vantaggi di questi materiali sono evidenti: leggeri, chimicamente inerti, versatili e quindi impiegabili in disparati settori. Inoltre fattore non trascurabile sono lavorabili  con bassi consumi di energia.

Ma le plastiche offrono solo vantaggi?
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Se da un punto di vista industriale esse forniscono dei vantaggi straordinari dal lato ambientale pongono un punto ormai inderogabile sui problemi derivanti dal loro smaltimento, causando un inquinamento chimico continuo. La plastica dispersa nell’ambiente non genera solo un elevato danno paesaggistico ma un inquinamento persistente nel tempo dell’ecosistema, soprattutto a causa della natura quasi “indistruttibile” di questi materiali. I terreni ma anche le falde acquifere ed i mari raccolgono questi materiali che accumulandosi vengono ingeriti dagli animali e rilasciano sostanze cancerogene estremamente nocive per la salute.

Che cosa fare?

plastica-canI metodi tradizionali per lo  smaltimento dei rifiuti  non possono essere applicati alla plastica perché alcune materie plastiche quando bruciano producono gas nocivi (diossine). Inoltre bruciando producono una notevole quantità di calore che si disperde nell’ambiente circostante causando inquinamento termico. Ma il problema maggiore è legato alla non biodegradabilità in tempi brevi dei materiali che permangono nell’ambiente per centinaia di anni. In particolare la rimozione della plastica dagli oceani non è purtroppo una opzione fattibile; secondo dei ricercatori dell’Università dell’Oregon per effettuare la pulizia dei mari ci vorrebbe una quantità di energia pari a 250 volte la massa di rifiuti. Sebbene le plastiche di medie dimensioni, come i sacchetti di plastica vengono colonizzati da batteri, essi non sembra siano in grado di biodegradarla.  Le molecole di plastica parzialmente degradate passano dai batteri al plancton e si accumulano man mano che si sale nella catena trofica, per cui pesci di grandi dimensioni come squali, tonni e pesce spada contengono quantità notevoli di molecole chimiche dannose per l’organismo. Le plastiche accumulano nelle loro porosità altre sostanze cancerogene. Ogni anno circa un milione di uccelli marini e migliaia di esemplari, fra mammiferi e tartarughe marine, muoiono per l’ingestione di pezzi di plastica, in particolare quella trasparente, che gli animali confondono con le meduse.

Ma che cosa vuol dire biodegradabilità?

biodegradabilitaLa biodegradazione o degradazione biotica è una proprietà specifica di determinati materiali plastici per la quale il materiale polimerico sotto l’influenza di organismi viventi si decompone. I microrganismi come alcuni batteri,  funghi e alghe riconoscono i polimeri come fonte di composti organici e dell’energia che li sostiene. In altri termini, questi polimeri biodegradabili sono il loro cibo e, sotto l’influenza di enzimi intracellulari ed extracellulari, il polimero degrada attraverso un processo di scissione della sua catena polimerica, l’ossidazione, etc. Il risultato di questo processo sono molecole sempre più piccole che entrano in un processo metabolico cellulare (come nel ciclo di Krebs), generando energia e trasformandosi in acqua, anidride carbonica, biomassa ed altri prodotti di base della decomposizione biotica. La cosa interessante è che questi prodotti non sono tossici e si trovano normalmente in natura e negli organismi viventi. La biodegradabilità consente la trasformazione dei materiali artificiali come la plastica in componenti naturali. Il processo con il quale una sostanza organica , come un polimero, si converte in una sostanza inorganica, come l’anidride carbonica, si chiama invece mineralizzazione.

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le tartarughe marine ingeriscono i sacchetti di plastica prendendoli per meduse

Come ridurre l’impatto ambientale delle materie plastiche?
Innanzitutto si deve partire da un’azione sociale per ridurre l’impatto ambientale attraverso il meccanismo  della raccolta differenziata e di riutilizzo degli stessi materiali a fine vita (riciclo). Per soluzioni più definitive, si punta oggi a sostituire le plastiche tradizionali con nuove plastiche degradabili. Il riciclo consente di recuperare milioni di tonnellate di plastica in tutto il mondo e di dargli una “seconda vita”, in alcuni casi ottenendo anche nuovi prodotti plastici; ad esempio da una bottiglia in PET si possono ricavare materiali per fabbricare abiti in pile, dalle plastiche dei flaconi di detersivo ottimi materiali isolanti per l’edilizia. Nel frattempo? Nel frattempo, dobbiamo agire in maniera capillare. Possiamo fare molto per salvaguardare il nostro ambiente: raccolte differenziate, monitoraggio ambientale, interventi collettivi (ama anche singoli) di raccolta di materiali sulle spiagge, recupero di reti abbandonate (solo da parte di personale addestrato), collaborare con la Guardia Costiera denunciando situazioni di degrado ambientale. Non ultimo educare chi vi circonda all’importanza di ridurre l’uso delle plastiche e di effettuare la raccolta differenziata dei rifiuti, rivolgendosi alle amministrazioni locali preposte per la consegna dei materiali ingombranti.

In sintesi si può fare molto … basta volerlo.  Per tutto il 2017 torneremo con frequenza periodica su questi argomenti. E’ una guerra che possiamo vincere insieme.

→  http://www.ocean4future.org/archives/11648

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